VANNI CUOGHI

 Lillipuziana

22 maggio - 8 giugno 2024

Tutti giù per terra, a guardare il mondo da sotto in su. Vanni Cuoghi ci fa lo sgambetto per darci l’opportunità di adottare un altro punto di vista, inedito, sulla realtà. L’abbandono dello sguardo antropocentrico, dall’alto, ci spalanca un nuovo mondo o, meglio, ci riporta a quello dimenticato dell’infanzia, risvegliando il senso di meraviglia per il quotidiano che la razionalità adulta sembra avere offuscato e che possiamo ritrovare solo nei giochi dei bambini, nella finzione del teatro,  nell’ironia, nel sovvertimento della logica e quindi nell’arte come ambito libero di immaginazione. Basta un cambio di scala oppure l’associazione di due oggetti tra loro estranei per creare dei luoghi immaginari e (im)possibili: «Ho sempre dipinto tutto ciò che avrei voluto vedere e che mancava al Mondo». E infatti Cuoghi mette letteralmente in scena la pittura: realizza bozzetti e teatrini all’italiana costruendo, con un’attitudine surrealista e divergente, erede dello sguardo di Bruno Munari, delle vere e proprie scenografie fatte di frammenti, citazioni dalla storia dell’arte e figure che, nelle piccole dimensioni, evocano la spazialità del teatro barocco.  Apparentemente leziosi, questi diorami – e analogamente le carte e i dipinti – sono canovacci in cerca di autori che, ispirati dai dettagli, si cimentino nell’improvvisare storie capaci di trasformare l’ordinario in straordinario e risvegliare la meraviglia che, per Cuoghi, è il fine ultimo dell’arte. E lo fa anche qui, ingrandendo delle tavole dipinte che diventano le quinte di una scena in cui noi, resi di conseguenza piccolissimi come lillipuziani, siamo immersi in un paesaggio ipertrofico dove l’orto domestico può trasformarsi in una foresta che dobbiamo attraversare per prendere il treno. Una pittura che fa ancora i conti con la realtà ma, mettendola in scena, ne riscatta la mediocrità grazie alla sua capacità di suscitare lo stupore originario – la meraviglia, appunto – che manifesta il lato inaspettato, inusuale, sorprendente e abitualmente non visibile di ciò che già conosciamo. 

Rossella Moratto

La frase virgolettata è di Vanni Cuoghi

 

Vanni Cuoghi, Lillipuziana, installazione ambientale, 2024
(due tavole dalla serie Salviamoci, 2023, acrilico e olio su tavola sagomata, dimensioni variabili).Courtesy Galleria Giuseppe Pero-Milano 



Vanni Cuoghi (Genova, 1966), vive e lavora a Milano. Ha partecipato a numerose biennali in Italia e all'estero, tra cui la Biennale di Praga (2009), la 54 Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2011), la Biennale Italia-Cina (2012), la 56 Biennale di Venezia, Italia Docet (2015) e la Biennale del Disegno, Rimini (2024). 

Tra le mostre personali si ricordano Novus Malleus Maleficarum, San Pietro in Atrio (2011), Pinacoteca Palazzo Volpi, Como (2011), Aion, Musei Civici Cremaschi (2013), Da Cielo a Terra, Museo Ebraico di Bologna (2016), The Invisible Sun, Museo Francesco Messina, Milano (2017), Apnea, Villa Reale di Monza (2020), Submariner, Civico Acquario di Milano (2021). 

 

Ha esposto in mostre internazionali tra cui a Pechino e a Shangai (2008), al Museo d'Arte Contemporanea di Permm, in Russia (2010), Vestfossen Kunstlaboratorium  Museum in Norvegia (2018). Tra le collettive in Italia ricordiamo le recenti “Eccentrici, apocalittici, pop. Inferno e delizia nell’arte contemporanea.” alla Galleria Civica di Trento (2022) e Interaction presso la Fondazione Made in Cloister a Napoli (2024). Ha collaborato con  importanti aziende di design. È docente di pittura all’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como. 

www.vannicuoghi.com/it/
www.instagram.com/vannicuoghi/

ANDREA CHIESI

Il sogno del pittore

15 aprile  - 15 maggio 2024

Io disegno e dipingo perché non potrei fare altro, e soprattutto perché non so fare altro. 

Andrea Chiesi 

 

Andrea Chiesi inizia a disegnare giovanissimo, negli anni Ottanta: illustrazioni, volantini e copertine di dischi. Autodidatta e vicino agli ambienti underground, usa carta e inchiostro – e successivamente anche le tecniche dell’incisione – per manifestare la rabbia, la protesta e l’identità dissidente della sua generazione. I soggetti sono architetture industriali, in quegli anni già dismesse, e figure umane, rese inizialmente con tratti quasi espressionistici e con i colori cupi di un distopico no future. Successivamente il segno deciso lascia spazio al tratteggio e ai pennelli con cui l’artista modenese dipinge ritratti di architetture in via d’estinzione – fabbriche abbandonate, carroponti, gasometri – con geometrico rigore e una tavolozza di grigi e azzurri cupi, ristretta fino alla bicromia. Negli anni, la natura, che nel frattempo aveva preso possesso delle rovine, entra anche nella raffigurazione, diventando una presenza preponderante, metafora della precarietà di tutte le costruzioni umane. 

Parallelamente alla pittura, Chiesi continua a praticare il disegno, suo primo imprescindibile alfabeto, grazie al quale riflette e ritorna costantemente sul suo lavoro, come nella recente serie Il sogno del pittore: sessanta carte di piccole dimensioni (pubblicate da Cichinobrigante, Correggio, Editoria d'arte autoprodotta), in cui riprende i suoi soggetti di sempre. È un flusso onirico di immagini associate in modo apparentemente casuale (sapendo che la casualità non esiste) che segue logiche inconsce, affinità intime ed emotive. Il racconto continuo, in divenire, fatto di forme e colori (tra cui i gialli e i rossi, inediti nella sua palette), è la sintesi visiva della sua poetica che si può considerare come il coerente sviluppo di un’unica opera che ogni volta assume sembianze diverse. Un esercizio metalinguistico rigoroso e quotidiano in cui l’artista si rispecchia e che, al tempo stesso, è ricerca pittorica e pratica meditativa che permette all’interiorità di manifestarsi. 

Rossella Moratto

 

Sono disegni a inchiostro di china che scorrono sulla carta, per vie sotterrane e inconsce, dal momento che la pittura, io credo, non debba spiegare un bel niente, anzi lasciare l’osservatore un po' perplesso, confuso, perturbato. 

Un disegno dopo l’altro, con subitanei passaggi cromatici, senza evidenti connessioni logiche, senza un apparente legame di causa-effetto tra loro (e anche se ci fosse si tratterebbe di una questione privata, inadeguata a questa sede). 

Non sono sicuro che sia una ricerca: io disegno e dipingo perché non potrei fare altro, e soprattutto perché non so fare altro. 

Cerco un paesaggio che mi assomigli e lo traduco in pittura. Cerco figure che corrispondano ad uno stato emotivo e col disegno appaiono sulla carta. 

L’immagine dipinta è un varco che conduce al mondo ctonio e immateriale: attraverso i pigmenti e l’inchiostro l’anima si manifesta. 

Sfogliate le pagine e lasciatevi andare al segno e al colore, in una successione di visioni che si rincorrono. 

I miei disegni, senza alcuna storia precisa da narrare, se non il sogno del pittore. 

Andrea Chiesi, marzo 2024. 

 

 

Andrea Chiesi, Il sogno del pittore, inchiostro di china su carta, (48 disegni), misure ambientali, 2024


Andrea Chiesi (Modena, 1966), vincitore del Premio Cairo della rivista Arte (2004), del Premio Terna (2008) e del Premio Gotham Prize dell’Istituto Italiano di Cultura di New York (2012), è uno dei pittori italiani più importanti della sua generazione. Analizza da anni il paesaggio contemporaneo, l’impermanenza e la vacuità, attraverso una pittura a olio su tela, profonda come una meditazione. Nei lavori più recenti indaga il ritorno della natura nei luoghi abbandonati dall’uomo, attraverso il disegno: un meticoloso tratteggio di pennarello e velature di inchiostro di china su carta. 



Tra le mostre personali: Natura Naturans, Galleria Monopoli, Milano (2023); Natura Vincit, Sale di Cultura del San Paolo, Modena (2021); Eschatos, NM Contemporary, Principato di Monaco (2019); City of God, Being 3 Gallery, Bejing (2015); Perpetuum Mobile, X Lab, Berlin (2011); Beyond time, Nohra Haime Gallery, New York (2009), Comunità di memorie, Galleria D406, Modena (2009). È tra gli artisti invitati alla mostra Pittura Italiana Oggi, Triennale di Milano (2023). È docente di pittura e disegno all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.
www.andreachiesi.it/
www.instagram.com/andreachiesi6/

MATTIA BARBIERI

 Maciste contro Maciste

19 marzo - 15 aprile  2024

Maciste ci guarda, solenne e ieratico, contemporanea erma a protezione dei passanti. Un’effige potente che viene dal passato ma che osserva con occhi vivi, il volto segnato dal tempo, sopravvissuto a mille battaglie. Il dipinto è un teatro di guerra e in guerra non c’è esclusione di colpi: Maciste, il gigante buono, è in perenne lotta contro tutti ma soprattutto contro se stesso: è l’artista in stato di costante tensione creativa per arrivare a dar vita all’immagine, sintesi perfetta dell’idea. 

In guerra, come in amore, tutto è lecito e così Mattia Barbieri va a mano e a mente libera: nella stessa tavola mescola i colori, stesi a pennello, spatola, dita e rulli, utilizza tecniche e registri diversi, fa incursioni nella storia dell’Arte prendendo in prestito iconografie, cita, inventa e giustappone riferimenti lontani, incongrui, dipinge quadri nel quadro. E lo fa naturalmente, senza apparente fatica e senza indecisione, con grazia anzi con “sprezzatura”, come avrebbe scritto cinquecento anni fa Baldassare Castiglione, e il rimando non è forzato perché l’arte è sempre contemporanea: dipingere, scolpire, disegnare significa parlare del mondo in una lingua sempre nuova, autonoma, che si ricrea continuamente sulla tradizione, come afferma l’artista: «La pratica artistica è come un dialetto, una lingua a parte che possiede una propria grammatica e risponde solo a se stessa». Ogni quadro è potenzialmente infinito, un’opera aperta il cui significato è sulla tavola, e la pittura è «oggetto e soggetto di se stessa e il messaggio primario è puntualmente il “come” si palesa agli occhi». 

Qui il riferimento è all’antico, alle sculture greche e romane ma anche, andando più indietro, alle incisioni rupestri e, facendo un viaggio nel tempo fino a oggi, ai manga e alle immagini digitali. La figura emerge con forza perché è quasi scolpita sulla tavola che diventa intonaco grezzo ai lati e la cui superficie è dipinta, graffiata e incisa, spruzzata come un graffito metropolitano che sembra strappato da un muro: una pittoscultura da percorrere con lo sguardo per il  puro piacere del vedere, seguendo i percorsi della mano e le tracce della spatola che scavano le curve sinuose di paesaggi visti a volo d’uccello, i riempimenti di colore e i colpi di pennello blu e gialli che alludono a cieli profondi e a giornate assolate. 

Una stratificazione complessa che si fa figura: Maciste, eroe di dannunziana memoria, diventa un’icona, brillando letteralmente di luce propria che, come un’aureola, si percepisce nel sottile bagliore arancione che emana dalla sommità del quadro. È la celebrazione della laica sacralità della pittura, che è «il serbatoio all’interno del quale tutto confluisce: conoscenza e interessi, barzelletta e preghiera, lotta e pacificazione, introspezione ed esplorazione del mondo esterno». 

Rossella Moratto
Le frasi virgolettate sono di Mattia Barbieri

 

Mattia Barbieri, Maciste contro Maciste, olio e tempera su tavola, 150x90 cm, 2024


Mattia Barbieri, artista, si diploma in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 2006 espone in mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Nel 2010 partecipa alla Biennale di Mosca presso il Winzavod Contemporary Art Center; nel 2012 è vincitore del Primo Premio Pittura del Museo di Lissone; durante Expo Milano 2015 collabora con Progetto Città Ideale, esponendo e curando un ciclo di eventi artistici presso la Sala delle Colonne della Fabbrica del Vapore a Milano; sono del 2017 e del 2019 i solo show presso la Pablo’s Birthday di New York e nel 2022 Santuario Tropical presso la Galleria Rizzuto. 

Ha al suo attivo partecipazioni a premi e residenze internazionali e progetti curatoriali. Numerose le mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero, tra cui ricordiamo: Spazio Contemporanea e Palazzo Martinengo di Brescia; Rizzuto Gallery, Palermo; Studio la linea Verticale, Bologna; Pablo’s Birthday Gallery e The Border, New York City; Fondazione del Monte, Bologna; MAC (Museo Arte Contemporanea) di Lissone; Winzavod Art Center, Mosca; Federico Luger Gallery, Milano e tante altre. È membro attivo della rivista d’arte E IL TOPO.
www.mattiabarbieristudio.com
www.instagram.com/mattiabarbieripainter/

E IL TOPO

Un giorno di cinque minuti, una notte di cinque minuti

15 febbraio  - 15 marzo 2024

E IL TOPO è arrivato, inatteso e furtivo, come sempre sotto mentite spoglie. Si è infilato coraggiosamente nello stretto spazio della vetrina, attirato dal comodo giaciglio e dalla confortevole tana dove è stato rinchiuso a tradimento: una teca da laboratorio da dove lo osserviamo, apparentemente innocuo, rassicurati. E IL TOPO è qui, giorno e notte. Anzi innumerevoli giorni e notti, scanditi da un intervallo di cinque minuti di orologio che, appeso alla parete, convenzionalmente misura il nostro tempo nel fuso orario di Roma (UTC+1). Sdraiarsi e dormire, sedersi e vegliare: azioni consuete che sembrano insensate e incomprensibili nell’alacre flusso ininterrotto e accelerato, appartenente a un “altro” da noi. Ma il tempo non è una coordinata assoluta, è una variabile: l’improvvisa e incongrua contrazione interrompe la simultaneità temporale. E IL TOPO segue la propria, paradossale, aliena e alienante. 

Ma niente è mai totalmente estraneo, né scontato: E IL TOPO è intelligente, perfino infido all’occorrenza, destabilizza e quindi è sovversivo e può essere pericoloso. Ancora una volta ci tende una trappola: non siamo noi che guardiamo lui ma è lui che ci osserva e ci mette in scena mimando l’impietosa sintesi delle nostre vite al limite, dei nostri ritmi incalzanti nel tempo compresso che inconsapevolmente ci aliena. E IL TOPO lo sa e ride (di spalle, non visto) mentre si alza dal letto, sempre col piede sinistro. 

Un giorno di cinque minuti, una notte di cinque minuti è un’incursione che irrompe nel quotidiano senza dare spiegazioni e senza lasciare tracce: un atto di pura sovversione estetica che segue la logica divergente dell’assurdo e dell’ironia. Uno squarcio dove l’arte entra nella vita – e viceversa – dove non esistono rivelazioni ma domande: di quanti minuti è fatto il giorno? E la notte? 

Rossella Moratto

 

E IL TOPO, Un giorno di cinque minuti, una notte di cinque minuti, 2024
(da un'idea di Armando della Vittoria, performer: Filippo Zoli. 
Performance, installazione ambientale, video, 2024)


E IL TOPO nasce nel 1992 dall’idea di Armando della Vittoria, Gabriele Di Matteo, Piero Gatto, Franco Silvestro e vedovamazzei come rivista d’artista indipendente con periodicità variabile e distribuzione irregolare che pubblica progetti inediti senza interventi critici. Nel 1996 dopo l’uscita di dieci numeri più il numero zero (raccolti in E IL TOPO. Storia di una rivista d’artista con un’insolita strategia editoriale, a+m bookstore, 2023) la rivista chiude ma lo spirito topista sopravvive per rinascere sedici anni dopo, nel 2012, con una nuova redazione fatta di giovani artisti, coordinata dallo storico direttore Armando Dalla Vittoria. Nel 2014 si allarga a nuove partecipazioni e assume una fisionomia movimentista e transgenerazionale con la 



pubblicazione di un Manifesto in dieci punti in italiano su un quotidiano di Seoul (Corea del Sud): il rimando al futurismo marinettiano del 1909 è ironico perché E IL TOPO è pura antiavanguardia che propone un modo alternativo di fare arte caratterizzato da un’attitudine irriverente, indipendente e libertaria e da una pratica in cui autorialità collettiva, spirito di sottrazione e scambio dei ruoli sono fondamentali. E Il TOPO ha partecipato a mostre in musei, istituzioni in Italia e all’estero, in spazi indipendenti e per le strade e anfratti di molte città.
www.eiltopo.org 
www.instagram.com/eiltopo/

FRANCESCA MUSSI

 Tutto sbagliato

14 gennaio - 13 febbraio  2024

Tutto parte dal gesto: un atto spontaneo, solitario e privato. Una ribellione personale: stracciare le pagine di un libro di dattilografia degli anni Sessanta che Francesca Mussi - artista e anche insegnante - compie come atto di contestazione  verso l’istituzione scolastica attualmente gravemente in crisi e alla ricerca di un nuovo ruolo.

Il corpo è la “matrice” del lavoro dell’artista, un corpo che agisce e allo stesso tempo si sottrae. La Never Seen  o Unseen performance viene ripresa, quasi spiata, dalla videocamera e riprodotta manualmente attraverso la stampa serigrafica più e più volte: nei diversi passaggi l’immagine perde progressivamente definizione e l’inevitabile lost in translation della stampa incisoria dà luogo a una sfocatura che conferisce all’esperienza individuale una dimensione universale. 

L’immagine diventa imprecisa, indistinta come un ricordo che può appartenere a chiunque abbia compiuto un simile gesto nei banchi di scuola. Lo spunto autobiografico è però solo un pretesto che, come sottolinea il titolo dell’installazione “Tutto sbagliato”, rimanda alla necessità di ripensare totalmente il sistema di trasmissione del sapere e alla inevitabilità di una sua trasformazione radicale. Insegnare è anche un atto performativo che, come scrive bell hooks in Insegnare a trasgredire, «rende possibili le trasgressioni – un movimento contro e oltre i confini – per poter pensare, ripensare e creare nuove visioni. È quel movimento che rende l’educazione la pratica della libertà».

Rossella Moratto

 

Francesca Mussi, Tutto sbagliato, 2023
(installazione composta da Illesa Difesa, serigrafia su carta Hahnemüle, 83x63 cm, 2023; Illesa Difesa,  serigrafia su banco, 50x70x70 cm, 2023; Senza titolo, linoleumgrafia su quaderno, 30x21 cm, 2023)


Francesca Mussi (1992) è un’artista visiva con base a Milano. Ha studiato Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, e alla University of Leeds (UK). È specializzata in diverse tecniche di stampa tradizionali e sperimentali su carta ma lavora anche con installazioni, oggetti tridimensionali e progetti site-specific. Nel 2018 ha co-fondato il progetto di arte ambientale Chàrōn, è la co-fondatrice del collettivo Bidet à Boire e ha collaborato per Passage, un progetto di residenze d’artista a Bergerac (FR) nel 2016 e 2018. Nel 2015 ha co-fondato Landskap, un’associazione culturale che aveva sede a Milano.

Insegna attualmente Arti Grafiche al Liceo Artistico Nanni Valentini di Monza. Alcune delle mostre alle quali ha partecipato sono Negus (2023) a Spazio Lampo di Chiasso, Il Movimento delle Mandibole, Oase, Rottedam (2022), Deriva, Basilica di San Celso, Milano (2018), You Are the Same as Me, Torino, (2021), Le Forme degli Atrezzi, Fondazione Pietro Leddi (2020). 

www.francescamussi.com  www.instagram.com/francesca__mussi/

VALENTINA D'AMARO

 Switzerland

26 novembre 2023 - 15 gennaio  2024

Ciò che noi vediamo, credo sia creazione, invenzione dell’artista, qualora egli sia capace di far cadere quei diaframmi, cioè quelle immagini convenzionali che si frappongono fra lui e le cose. (Giorgio Morandi)

 

Il paesaggio è da sempre il soggetto prediletto di Valentina D’Amaro, su cui si esercita, fedele a se stessa, fin dai suoi esordi. I suoi paesaggi partono da un dato reale ma ci vengono restituiti in rappresentazioni ideali e poetiche che trasfigurano la realtà in immagini assolute, sospese e affrancate da ogni elemento superfluo, espressioni di una dimensione che normalmente non cogliamo. La pittura presuppone lo sforzo di prescindere dalla percezione ordinaria e l’esercizio costante di restringere e affinare lo sguardo, liberandosi dalle abitudini (“i diaframmi” di cui parla Morandi) e dall’inessenziale per dare spazio all’intuizione, attraverso la quale arrivare a percepire quello che sta oltre l’apparenza fenomenica. E così un prato, una casa, uno scorcio che vediamo dal finestrino dell’auto, non sono più i luoghi sempre visti e scontati del nostro quotidiano ma riacquistano un senso profondo, rivelandosi nella loro essenza di presenze assolute, di vere e proprie icone.  

Dal punto di vista strettamente pittorico, Valentina D’Amaro ha reso il paesaggio un modello iconografico inesauribile attraverso il quale sperimentare innumerevoli possibilità formali e cromatiche, in particolare le variazioni del verde, cifra riconoscibile della sua pittura, innovando costantemente la variazione nella serie. I suoi quadri mettono in scena un gioco di rimandi enigmatico e quasi ipnotico, invitando a un’osservazione intima e contemplativa che avvicina la fruizione a un’esperienza di raccoglimento interiore. 

L’opera Senza titolo 2020, qui esposta, è parte del ciclo Switzerland iniziato nel 2007. Un’altra opera della stessa serie è presente alla mostra Pittura italiana oggi, in corso alla Triennale di Milano fino all’11 febbraio 2023.
Rossella Moratto

 

Valentina D'Amaro, S.T. 2020 serie Switzerland,  2020, olio su tela 55 x 80 cm  


Valentina D’Amaro (Massa (MS), 1966). Vive e lavora tra Milano e la Lunigiana. Diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.  Ha esposto in manifestazioni e spazi pubblici nazionali e internazionali tra i quali ricordiamo: Barbican Centre, Londra; MMKK, Klagenfurt; Biennale di Praga, Praga; Hangart-7, Salisburgo; Guang Dong Museum of Art, Canton, Cina; Palazzo Reale, Milano; PAC, Milano;  Triennale, Milano; 54esima Biennale di Venezia, Palazzo Te, Mantova; Palazzo della Permanente, Milano; MAC, Lissone; Villa Reale, Monza; 



PAC, Ferrara; GAM, Udine; Palazzo della Ragione, Verona; Trevi Flash Art Museum, Trevi; Museo Michetti, Francavilla al Mare; Palazzo Parasi, Cannobio; Castello Visconteo, Legnano; Palazzo Ducale, Massa. Vincitrice nel 2005 del 6° Premio Cairo, Cairo Communication. Nel 2016 il suo lavoro è stato incluso nella prestigiosa pubblicazione Vitamin P3: New Perspectives in Painting, di Phaidon.
www.valentinadamaro.com
www.instagram.com/valentina.damaro/

MONICA MAZZONE  

Sono l'aquila che apre le porte

20 ottobre - 25 novembre  2023

Rigore geometrico e sensibilità si fondono nell’opera di Monica Mazzone. L’artista ha scelto un linguaggio logico come strumento per ordinare visivamente l’esperienza concreta dell’incontro tra sé e il mondo. La sua è una geometria sensibile, fatta di solidi disegnati a mano in proiezioni assonometriche, così come a mano in progressive e impalpabili velature è steso il colore che controbilancia la severità del segno alla ricerca di un’armonia tra emotività e razionalità. Utilizzando scultura e pittura, tra le quali c’è un’assoluta soluzione di continuità, Monica Mazzone sublima nell’astrazione geometrica la relazione che lega indissolubilmente il suo corpo all’ambiente. La costruzione formale dà ordine alla casualità dell’esistente e alle emozioni in una inesauribile tensione verso un’ideale di perfezione che, per l’artista, coincide con l’aspirazione a una dimensione spirituale, intesa in una prospettiva laica di conciliazione degli opposti. Intento che si esplicita nel titolo scelto per l’opera qui esposta “Sono l’aquila che apre le porte”, una citazione dalle metafore tradizionali tibetane, che allude al passaggio ultraterreno: l’aquila e il colore verde sono entrambi simboli di rigenerazione e rinascita. L’opera, olio su tavola incastonato in una cornice di alluminio, richiama le tradizionali edicole votive (un ricordo infantile dell’artista) che storicamente costellavano il territorio urbano e rurale, emblema di una religiosità diffusa e condivisa, ma anche segni riconoscibili di orientamento nel paesaggio erratico. Anche il contemporaneo tempietto di Monica Mazzone, presenza desueta e quasi incongrua nel mezzanino della stazione ferroviaria, si pone come un elemento che apre un varco verso una dimensione contemplativa nella frenesia del passaggio, un segno di riconoscimento che apira alla riappropriazione di un nonluogo. 

Rossella Moratto

Monica Mazzone, Sono l'aquila che apre le porte, 2023,

olio su tavola e alluminio, 193 x 127 x 23 cm 


Monica Mazzone (Milano, 1984) vive e lavora tra Milano e New York.Consegue la laurea in Arti Visive-Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e in seguito all’Istituto Europeo del Design. 

Espone in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero, e ha al suo attivo partecipazioni a premi e residenze internazionali e progetti curatoriali. È inoltre membro attivo della rivista d’arte E IL TOPO. 

Geometria Emotiva, così nomina la sua intera ricerca, è un’indagine riguardo l’idea di poter percepire e tradurre visivamente l’ossessione per la perfezione intendendo la geometria come principio regolatore dell’atto creativo per poter razionalizzare le proprie emozioni e comprendere gli accadimenti del mondo. Lavorando nello spazio liminale fra pittura e scultura crea strutture spaziali percepite come parte di un ritmo, implicando il corpo e le sue proporzioni, e imposta un metodo per indagare la spiritualità e la consapevolezza strettamente correlato ad un approccio sentimentale. Tutti i suoi lavori sono eseguiti a mano dall’artista stessa. 


Le recenti mostre personali e collettive includono: NARS Foundation New York, Contemporary Cluster Roma, Spazio contemporanea Brescia, MASS MoCA North Adams, Museo Temporaneo Navile Bologna, Manuel Zoia Gallery Verona–Milano, Index Art Center Newark, Lac o le Mon Foundation Lecce, Museo di Arte Contemporanea del Sannio Benevento, La rada Foundation per l’Arte Contemporanea Locarno, The Border New York, Palazzo Reale Milano, Studio Maraniello Milano, Mars Milano, Giuseppe Pero Gallery Milano, Arthur Cravan Foundation Milano, Fabbrica del Vapore Milano, Merkur Gallery Istanbul, Fondazione Bandera per l’Arte Contemporanea Busto Arsizio, Palazzo Isimbardi  Milano, Palazzo Lombardia Milano, Museo di Arte Contemporanea Lissone, riss(e) Varese , Museo Internazionale della Ceramica Laveno, Villa Contemporanea Monza, Palazzo Re Giulianova, Spazio Thetis Arsenale Venezia, Satzyor Gallery Budapest.
www.monicamazzone.com/
www.instagram.com/monicamazzone_/

EVA REGUZZONI

La mia schiena trasuda emozioni verdi

10 settembre - 15 ottobre  2023

Ago e filo: cucire è un’azione ricorrente per Eva Reguzzoni che la utilizza, contaminandola con il disegno e la pittura, su carta, foglie e naturalmente su stoffa, come in questo ultimo lavoro dove la massa caotica e proliferante dei fili si organizza in una forma definita, assumendo rilevo, per raffigurare una spina dorsale, assurta a immagine simbolica su un prezioso stendardo da processione. È l’ostensione di una personale reliquia, quella a cui assistiamo, in cui l’artista esibisce l’asse portante del suo corpo: uno sguardo rivolto all’interno, sul filo delle emozioni alla ricerca del proprio essere in una inesauribile tensione introspettiva e autoanalitica che si risolve in una pratica catartica di autocura attraverso la trasformazione del materiale grezzo. E così anche la struttura ossea si transustanzia: prende vita, si fa tronco, registrando nella propria corteccia i segni delle oscillazioni emotive mentre le emozioni si fanno linfa, trasudando all’esterno, verdi perché impregnate di forza vitale. 

La natura, per Eva Reguzzoni, è fonte di ispirazione primaria: vive vicino a un bosco e osserva il ciclo vitale degli alberi nei quali si rispecchia in quanto materia corporea in continuo sviluppo e potenzialità generativa spontanea che rinasce a ogni ciclo stagionale, un impulso che sente dentro di sé ed esterna nei suoi lavori. È un’identificazione tra se stessa e la natura che si realizza nell’ideale unione corpo e pensiero e dalla quale si genera l’atto creativo, che non è mai un fatto esteriore ma interiore, che coinvolge e modifica il sé: come scrive il filosofo Emanuele Coccia (La vita delle piante, 2021) “creare una forma significa attraversarla percorrerla con tutto il proprio essere” perché “immaginare è sempre diventare ciò che si immagina”. 

Rossella Moratto

Eva Reguzzoni, La mia schiena trasuda emozioni verdi, mixed media, 
193x60 cm, 2023


Eva Reguzzoni (Gallarate (VA) 1965). Vive e lavora a Borgo Ticino (NO). Diplomata presso il Liceo Artistico Statale di Busto Arsizio (VA) e, successivamente, presso la Scuola D’Arte Applicata Industriale del Castello Sforzesco di Milano. È restauratrice e disegnatrice archeologica. Dal 2009 sviluppa una personale ricerca artistica indagando la propria vita interiore attraverso un importante lavoro introspettivo, sviscerato da una gestualità che alterna disegno, ricamo e ceramica, e che spesso trova nell’installazione la sua modalità prediletta.

   


I suoi lavori profondamente intimi nascono da suggestioni tratte da momenti della sua vita, attimi che, vissuti attraverso l’esperienza emotiva e sensoriale, s’imprimono nella memoria in veste di ricordi preziosi. la sua ricerca artistica focalizzata sull’equilibrio e la precarietà̀. 
www.evareguzzoni.it/
www.instagram.com/evareguzzoni/

GIACOMO SPAZIO 

Segni lasciati lungo i bordi dell'autostrada verso il futuro

22 luglio - 10 settembre  2023

Giacomo Spazio è grafico, musicista, produttore, giornalista e artista. La sua creatività travalica la specificità dei linguaggi e il suo modus operandi rimanda alla musica e alla pratica del campionamento. Un cut&mix&paste di riferimenti complessi: i suoi squillanti dipinti sono un incrocio bizzarro di cultura pop, poesia e controcultura punk. Questo miscuglio ibrido di codici stilistici, originato per lo più da foto che lui stesso scatta a libri, fumetti, giornali, muri di strada, copertine di dischi, rende il suo lavoro stratificato di sottili citazioni che immediatamente sorprendono per la loro forza comunicativa, ma subito dopo fanno emergere una poetica a volte candida, mite, altre volte, cinica e spregiudicata, ma sempre in grado di porre in discussione la nostra percezione della realtà. Nonostante siano passati oltre 30 anni dall'inizio della sua attività il segno e la parola rimangono ancora la forza trainante dei suoi lavori. 
Rossella Moratto

 

«Da sempre la parola è un elemento distintivo del mio lavoro e, in questo caso specifico, addirittura travalica l'idea stessa di quadro, precipitando, grazie alla possibilità offerta dalla tecnologia, verso una Enciclopedia dell'arte moderna, la mia personale enciclopedia e, per estensione, l'enciclopedia di ognuno.  Per creare questa semplice scrittura complessa, ho lavorato solo con elementi recuperati dalla metà degli anni '70 ad oggi. Li ho arbitrariamente prelevati dal cinema, dalla musica, dall'arte pop, dai videogiochi e molto spesso anche dalla strada. Passando impunemente dal lettrismo, al punk, dal post-situazionismo all'Hip-Hop. Questo potente mix di linguaggi oggi gioca con la memoria del fruitore e mette in atto la sua potenza pervasiva, creando rimandi estetici in grado di formare automaticamente ricordi emotivi attraverso la sua visione. Se molti artisti guardano al passato remoto per avere una continuità artistica, il mio sguardo appartiene ad un ad un passato che è ancora vivo e presente e che a volte appartiene al giorno prima. 

Questo lavoro potenzialmente è infinito ma per il momento è sviluppato in 50 pezzi –di cui quattro qui in mostra – per una lunghezza totale di 15 metri per 1,20 di altezza. È stato ispirato dalla canzone ‘Lungo i bordi’ del gruppo art-rock Massimo Volume».   

Giacomo Spazio 

Giacomo Spazio, Segni lasciati lungo i bordi dell'autostrada verso il futuro, (parte 17-18 di 25), mixed media, 
4 quadri ciascuno 60x60 cm, 2020-23


Giacomo Spazio ha iniziato giovanissimo la sua carriera artistica creando performance e scrivendo poesie, utilizzando la strada e i suoi muri come luogo ideale per esprimersi, passando poi solo in un secondo tempo alla pittura. 

Come artista ha esposto in gallerie, musei e spazi no profit in Italia e in Europa. Tra le personali It Only Happens in NoLo, City Art Gallery, Milano (2016); Second-hand Poetry, Derbylius Gallery, Milano (2015); Part Time Poet, Humus Dance, Mendrisio, Svizzera (2014); To Be With You Is All I Need,  Open Walls Gallery, Berlino (2013); As Loud As Possible, XLab Corrosive Art Farm, Berlino (2010). 

Part Time Poet, Humus Dance, Mendrisio, Svizzera (2014); To Be With You Is All I Need,  Open Walls Gallery, Berlino (2013); As Loud As Possible, XLab Corrosive Art Farm, Berlino (2010). Tra le collettive Illusione Collettiva, Spazio Po 25, Torino ( 2022); Reality 80, Palazzo delle Stelline, Milano (2019); Post Machina, Centro Mascarella Arte, Bologna (2018); On The Streets, Upperplot, Ibiza (2018); Xmas in Art, Key Gallery, Milano (2017); Cross the Streets, Museo MACRO; Roma (2017); 1000 modi di morire, Santeria Social Club, Milano (2017).
www.instagram.com/giacomospazio/

GIUSEPPE BUFFOLI 

Le buone intenzioni

22 giugno - 20 luglio  2023

Un solido scuro sottosopra, in bilico tra il muro e la vetrina. La ricerca di Giuseppe Buffoli sembra negare le qualità intrinseche della scultura: stabilità, durata, massa per indagare invece  la dimensione della precarietà, del caso e del paradosso. Un mondo rovesciato, dove regna apparentemente il non-senso o meglio dove il senso – inteso come direzione, suggerimento o semplicemente intenzione – è dato proprio da questa logica divergente, antitetica al comune sentire e percepire. 

La scultura per Giuseppe Buffoli non è un atto concluso ma un accadimento, una forma aperta, che vive qui e ora e che può mutare e riproporsi in altra configurazione, sempre in equilibrio precario perché ha in sé il principio della sua distruzione. Una scultura che abita il tempo sospeso dell’attesa che precede la caduta. Tecnicamente perfetta ma intenzionalmente e potenzialmente fallimentare,  si manifesta di volta in volta come una singolarità eccentrica che è metafora della contraddizione intrinseca all’esistenza. 

Le buone intenzioni è un poliedro cavo, non ha fronte, né retro, né un punto di vista privilegiato: è una forma e una matrice al tempo stesso. Nero e opaco, non si svela al primo sguardo, è un oggetto misterioso che richiama il romboedro troncato della Melancholia di Albrecht Dürer. Ma l’evidente citazione storica qui si trasforma in altro: Buffoli ne fa un tripode che ha perso la sua malinconia e si mostra gioiosamente “a gambe all’aria”, incuneato e instabile, in procinto di cadere. È quasi uno scherzo, un atto mancato, che proprio grazie a questo “scarto” si apre inaspettatamente a nuove possibilità. L’arte è infatti lo spazio di libertà dove poter sperimentare, sovvertire le regole, abbandonare le abitudini e liberarsi delle buone intenzioni che, come scriveva Gilles Deleuze, sono necessariamente punite. 
Rossella Moratto

Giuseppe Buffoli, Le buone intenzioni,  MDF, metallo, plastica,  45x65x90 cm,  2023


Giuseppe Buffoli (Brescia, 1979) vive e lavora a Milano. Nel 1997 si iscrive al corso di scultura presso l’accademia di Belle Arti di Brera a Milano durante il quale nel 2002 ottiene con l’incisione “Soprasotto” un premio all’ XI Salon Primo. Si diploma nel 2003, dopo un periodo di ricerche sulle tecniche incisorie presso una stamperia artistica a Roma, nel 2005 si trasferisce definitivamente a Milano, dove partecipa ad alcune collettive e premi. Nel 2007 frequenta il corso d’eccellenza T.A.M., nelle Marche, finalizzato al trattamento artistico dei metalli, presieduto da Arnaldo Pomodoro e la direzione artistica di Nunzio Di Stefano, durante il quale consolida la sua ricerca artistica focalizzata sull’equilibrio e la precarietà̀,  

   


realizzando lavori nei quali, oltre all’impiego di materiali scultorei, si inseriscono oggetti legati alla misurazione spaziale, livelle, fili a piombo eccetera. Nel 2009 prende parte alla residenza internazionale Harlem Studio Fellowship a New York (U.S.A.) dove sviluppa lavori legati al disegno con la penna a sfera. Nel 2017 partecipa al XIII Premio Cairo, tenutosi a Palazzo Reale di Milano; l’anno successivo vince il premio Weir Gabbioneta per la realizzazione di una scultura permanente da collocarsi presso la sede dell’azienda.
www.giuseppebuffoli.com
www.instagram.com/gbuffoli/

FRANCESCO CIAVAGLIOLI 

Scenata

21 maggio - 18 giugno 2023

Piante, foglie e fiori: frammenti di natura in un interno. Una tenda fa da sfondo a un dipinto: un ambiente domestico paradossalmente in vetrina, uno spazio privato messo alla ribalta del pubblico passaggio. Non sappiamo cosa accadrà, vediamo solo la scena: un idilliaco fondale di fogliame che si intravede dietro la tenda, fiori rosa in primo piano. 

La natura sembra essere protagonista per Francesco Ciavaglioli che la elegge a soggetto prediletto e pretesto per l’esercizio di una pittura che, nonostante l’apparente legame con la tradizione, è assolutamente figlia del nostro tempo. Una natura “umana” come l’artista stesso la definisce perché riprodotta e ricreata dall’uomo e mediata dalla tecnologia digitale. Le piante, le foglie e i fiori di Ciavaglioli non sono esempi dell’immensa e sorprendente varietà delle specie vegetali raffigurate nell’inesauribile sforzo di classificazione dell’illustrazione botanica ma sono dettagli sintetizzati graficamente in eleganti figure bidimensionali, replicate serialmente fino a formare una inedita flora, un paesaggio artificiale addomesticato e modulabile che sottintende criticamente l’attitudine dominante e predatoria dell’uomo sulla natura. Ma Ciavaglioli riflette soprattutto sullo specifico della pittura che, apparentemente mimetica, si pone al limite della figurazione mettendo in questione il significato stesso della rappresentazione. Il vero soggetto è la riproducibilità dell’immagine che, nell’infinita inflazione dell’identico, esprime da un lato la tensione verso la dissoluzione per eccesso e dall’altro il desiderio di un impossibile tentativo di appropriazione che possa fermarne l’inevitabile transitorietà. 

La natura lascia quindi il primo piano e diventa sfondo, una carta da parati intercambiabile, scenario di vicende altrettanto intercambiabili di una commedia quotidiana in cui tutto sembra scorrere come queste immagini raffinatissime, seducenti metafore della condizione umana contemporanea.
Rossella Moratto

Francesco Ciavaglioli, Scenata, 2023 

(installazione site specific composta da Flower, olio su tela, 40x40cm 2023 e Tendaggio, inchiosto Sumi su stoffa, dimensioni totali 300 x 450cm, 2023)


 

Un Paesaggio interiore nello spazio pubblico. L’installazione prevede l’uso della vetrina di SUBPLACE come spazio scenico. L’allestimento è una sintesi di una piccola scena nella quale il mio lavoro si struttura in un ambiente tendenzialmente domestico creato da una grande tenda a parete e un quadro appeso davanti. Il motivo dipinto sulla tenda si ferma sospeso tra uno scorcio naturale e un pattern decorativo prima che tutto ceda nella trama del tessuto. 

La riflessione parte dall’idea che talvolta nello spazio pubblico assistiamo all’intrusione della dimensione privata. Una telefonata con un tono di voce decisamente alto si insinua nei nostri viaggi o soste, una coppia litiga e al nostro passaggio captiamo uno spaccato quotidiano, intimo. 

È quando un dolore o una passione preme così forte da rompere gli argini del comune senso del pudore e ci si rivela senza filtri, puramente umani. 

Il mio lavoro così si presenta come una scenata che sfida la discrezione dei passanti.”

Francesco Ciavaglioli 

Francesco Ciavaglioli (Avezzano 1983) vive e lavora tra Milano e Roma. Si è diplomato in pittura presso l'Accademia di Belle Arti di Perugia. Ha esposto in mostre personali e collettive in gallerie, istituzioni, spazi indipendenti e rassegne tra cui: Palazzo Martinengo (Brescia, 2021- 2022), Museo Diocesano (Brescia 2021), Candy Snake Gallery (Milano, 2021), Perugia Social Film Festival (2020), Fondazione Pastificio Cerere (Roma, 2019), Dancity Festival (Foligno, 2017), 

   


Straperetana (Pereto, 2017), Contemporary Cluster (Roma, 2017), American Academy in Rome (Roma, 2015), Galleria Est291(Roma, 2014), Palazzo Lucarini (Trevi, 2014). Ha preso parte a diverse residenze artistiche tra cui: Art Sweet Art (Arezzo- Varese, 2016 /17), Bocs (Cosenza, 2016), Kilow'Art (Kilowatt Festival, Sansepolcro, 2015), Apulia Land Art Festival (Ostuni). È stato finalista del Talent Prize nel 2019 e vincitore del Premio Nocivelli nel 2021.
www.instagram.com/francesco_ciavaglioli/

NAOMI GILON 

Petrified sensitivity

17 aprile - 19 maggio 2023

Naomi Gilon è una delle artiste più interessanti di una scena emergente internazionale sempre più aperta alla contaminazione tra arte visiva, moda e design. 

La sua ricerca è incentrata sull’idea di trasformazione del corpo come strumento di costruzione dell’identità sociale. Il suo lavoro è in costante dialogo con le forme della cultura popolare, da quelle tradizionali della mitologia classica alle espressioni più contemporanee delle sottoculture giovanili. L’immaginario di riferimento è legato all’ibridazione uomo-animale tipica della narrativa fantastica, dalla letteratura speculativa al cinema horror, in cui l’incontro del corpo umano con la natura selvatica rappresenta il recupero di energie sotterranee legate all’inconscio collettivo. 

L’installazione Petrified sensitivity, presenta due sculture in ceramica grés – Amphora (2022) e Machoire (2022) –, espressione di un’aggressività animale che viene simbolicamente reintegrata e addomesticata fino a divenire attraente per via della sensualità della materia e delle forme sinuose che incarnano una nuova armonia tra civiltà ed istinto. Nelle opere di Naomi Gilon l’immaginario gotico incontra la fluidità post-internet in un ironico mash-up in cui la dimensione fantastica entra nella quotidianità anche attraverso oggetti d’uso come borse, vasi, candelabri, piatti e tazzine, avvicinandosi al design ma conservando l’unicità del pezzo unico.
Rossella Moratto 

Naomi Gilon, Petrified sensitivity, 2022
(Amphora, ceramica grès, 41x25x25 cm, 2022, Machoire, ceramica grès, 22x15,5x25,5 cm, 2022, fiori secchi)

Naomi Gilon è nata nel 1996 ad Arlon (Belgio) e vive e lavora a Bruxelles. Tra le collaborazioni sviluppate negli ultimi anni, si possono citare i marchi di moda Marc Jacobs, con il quale ha reinventato alcune iconiche borse del marchio di moda americano, e Han Kjøbenhavn, con il quale ha realizzato un abito divenuto virale dopo esser stato indossato dall’attrice Julia Fox alla festa degli Oscar.

Ha esposto in numerose gallerie, spazi e istituzioni tra cui Candy Snake Gallery (Milano), Encore Brussels (Bruxelles), Kruger (Stoccolma), Galerie Fleur&Wouter 
(Amsterdam, Paesi Bassi), Cdlt+ Gallery (Liége, Belgio), Kunsthal Gent (Belgio),

   


Superchief Gallery (New York, USA), Les Galeries Louise (Bruxelles, Belgio), Subsidiary Projects (London, Regno Unito), Kingsgate Project Space (London, Regno Unito), Alice Gallery (Bruxelles, Belgio), Normaal Gallery (Bruxelles, Belgio), Diesel Project Space (Gent, Belgio), BAM (Mons, Belgio), Like A Little Disaster (Polignano a Mare, Italia), Pavillon Baltard (Paris, Francia), Les Halles Saint Géry (Bruxelles, Belgio).
naomigilon.com     
www.instagram.com/naomigilon/

CLARA LUISELLI 

Tentativi

con un intervento sonoro di  Giuseppe Jos Olivini – 0ortanub0 

18 marzo - 15 aprile 2023

Per Clara Luiselli l’esperienza estetica è un atto di conoscenza del reale, dell’altro e di se stessi. Lavora intorno agli accadimenti della vita quotidiana spesso apparentemente trascurabili, che si fanno metafore dell’impermanenza, della mutazione e della fragilità dell’esistenza. L’opera nasce e vive nella relazione con l’altro. Tentativi (2022) è un ricamo che richiama antiche memorie e disegna una mappa immaginaria. Segni come strade che portano all’incontro con Giuseppe Jos Olivini che li fa propri, riscrivendoli come partitura. ariAdnæ è una cartografia sonora in cui “le tracce dei cammini si aggrovigliano e si annodano, poi si sciolgono nella voce delle corde, dei fili”. I suoni sono un’onda che “sommerge i rumori, che riemerge tra rumori, che ne è erosa, che li elide” mescolandosi al vissuto  quotidiano e accompagnando lo spettatore nel suo percorso. 
Rossella Moratto

 

Tentativi

Tessuti di lino quadrati, sospesi attraverso sottili filamenti.

Alcuni chiusi, quasi accartocciati, altri cercano di sbocciare, di dispiegarsi.

Sulla superficie sottili tracce che paiono evocare mappe di pianeti immaginari, isole sfaccettate, luoghi del desiderio.

In origine erano tessuti tesi, bianchi, vuoti, luoghi di silenzio, spazi in attesa di un significativo atto creativo.

Un'azione semplice, “stropicciare” il tessuto, permette alle tracce di emergere dal nulla.

Il gesto di accartocciamento offre l'opportunità ai segni di sorgere e diventare visibili attraverso il gioco di luci e ombre.

Il filo ricama la geografia immaginaria, in parte suggerita dalla materia stessa e in parte frutto della scelta artistica.
Clara Luiselli

Giuseppe Jos Olivini – 0ortanub0

ariAdnæ 

Un tentativo di cartografia sonora 

Il labirinto si apre al suo passaggio. Il suono introduce, conduce, cuce. 

Le ragnatele geometriche di binari, linee, passaggi, le traiettorie di passanti, passi, sguardi si incontrano col f-i-l-o-d-i-A-r-i-a-n-n-a. 

Dal gesto a stringere di una mano attorno a un mondo a due dimensioni, nasce la terza e il tracciato diviene mappa per altri tentativi di viaggio. 

Nell’ abbraccio tra passi cuciti e rulli forati tintinnano le voci di un bosco, inaccessibile nel suo rigore, voci che accolgono nuovi canti sospesi. 

Le tracce dei cammini si aggrovigliano e si annodano, poi si sciolgono nella voce delle corde, dei fili. 

La selva sonora è onda che sommerge i rumori, che riemerge tra rumori, che ne è erosa, che li elide. 

Il labirinto è piccolo e armonico.
Ci si può perdere trovando la strada o (ri)trovarsi perdendola. 
Giuseppe Jos Olivini
 

www.giuseppejosolivini.weebly.com 

www.facebook.com/0ortanub0 

www.instagram.com/0ortanub0/ 


Il video  ariAdnæ making of è disonibile a questo link  vimeo.com/809857713  


Ascolti 

Sulla piattaforma Soundcluod è possibile ascoltare una selezione di composizioni, soundscapes e creazioni sonore realizzate tra il 2018 e il 2023. 

soundcloud.com/user-663336046-861074070 



Giuseppe Jos Olivini – 0ortanub0, ariAdnæ , 2023, traccia per “Tentativi” Ideato, suonato, editato da Giuseppe Jos Olivini - 0ortanub0 (Per ascoltare inquadrare il QR code - Si raccomanda l'ascolto con cuffie o auricolari )

 

Clara Luiselli, Tentativi, 2022, Ricamo a macchina con filo di cotone su lino, dimensioni variabili 

(ciascun ricamo cm 140x140) 

Clara Luiselli  Si laurea nel 2000 all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. 
Sue opere sono state esposte in diversi spazi pubblici e privati tra i quali: Chelsea Art Museum di New York, MAK di Vienna, MUAR di Mosca, GAMeC di Bergamo, GAM di Genova, Museo delle Culture del Mondo di Genova, Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, Galleria Viafarini di Milano, Galleria Klerkx di Milano, Galleria Civica d’Arte Contemporanea Montevergini di Siracusa, Galleria Traffic di Bergamo, Nellymya Arthouse Gallery di Aranno e Lugano, Galleria Koma di Mons (Belgio), 

   


 BACO di Bergamo, Fondazione Bernareggi di Bergamo, Teatro Valle diRoma, Galleria Vanna Casati di Bergamo, Goethe-Universitat Institut di Francoforte. Ha partecipato alla Biennale di Venezia Padiglione Italia/Accademie, alla Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo di Roma e Sarajevo, Nel 2001 ha vinto il premio Targetti Art Light e il premio Open 2017 per Pergine Spettacolo Aperto.
https://claraluiselli.weebly.com   
www.instagram.com/clara_luiselli/

LUISA TURUANI 

Campo di grano con volo di corvi

18 febbraio - 18 marzo 2023

L’arte è un filtro per esperire il mondo, una modalità per entrare in relazione con la realtà prescindendo da ogni abitudine e idea preconcetta. I progetti di Luisa Turuani – che utilizzano video, scultura, disegno, performance e installazioni – sono occasioni per riscoprire il quotidiano oltre l’ovvietà dell’apparenza e uno stimolo per interrogarci sulle nostre azioni, sospendendo il flusso quotidiano che ci vede attori spesso inconsapevoli della nostra stessa vita. Un tentativo di conoscere se stessi e riscoprire la realtà attraverso epifanie poetiche.  

Il video Campo di grano con volo di corvi (2021) mostra una serie di semafori in azione. La quantità dei semafori e l’assenza di audio trasferiscono l’immagine dal contesto urbano a quello di un quadro astratto; i colori infatti si alternano in una danza svincolata dalla funzione per cui i semafori sono investiti. Si può quindi dire che la natura del video si avvicina più a un quadro astratto e a un’immagine dal puro carattere contemplativo. La struttura temporale fa sì che, nonostante la ciclicità di ciascun semaforo, la composizione cromatica non si ripeta mai; vi è infatti un costante sfasamento per cui, all’apparente regolarità delle sequenze, vi è il susseguirsi di un’immagine unica e vitale. La tensione tra la ciclicità atemporale dei singoli semafori e l’unicità di un’immagine che avviene in un tempo imprevedibile e indeterminabile fa sì che l’osservatore venga rapito e sospeso in uno stato di autentica contemplazione.
Rossella Moratto

Luisa Turuani, Campo di grano con volo di corvi, video monocanale, colore, muto, 7'56", 2021

Luisa Turuani (Milano,1992) è laureata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Ha esposto in diverse gallerie e spazi no-profit in Italia e all’estero, tra le mostre più recenti: Gaze-off, Wopart-Fiera di Lugano, Svizzera, 2022; Aspettando Ermanno Cristini, riss(e), Varese, 2022; Split step, Ex Macelli Civici, Milano, 2022; Un altro giorno felice, Casa Editrice SEM, Milano, 2022; Domani Qui Oggi, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2020; Travel Diary, Snark.art; 2021; Artagon Live, Villa Radet, Parigi, 2019; GQ-Passion for the path of art, Galleria Cardi, Milano, 2019; BienNoLo, Milano, 2019; Biennale UK   


Young Artist, Nottingham, 2019; Non sto più nella pelle, Brescia, 2019;Tirarsi fuori, Galleria P420, Bologna, 2017; Nel deserto cresce la ginestra, Galleria Renata Fabbri, 2015. Nel 2022 vince l'Italian Council, ed è tra i finalisti del Premio Laguna; nel 2020 è tra i vincitori del Premio AccadeMibact ed è tra i vincitori di Opera Viva - Il Manifesto, Torino. Nel 2019 vince il Premio Combat per la sezione video, lo stesso anno è tra i vincitori del Premio O.R.A. Nel 2018 vince il Premio Nocivelli.
www.luisaturuani.it

GEE VAUCHER 

Your Country Needs You

16 gennaio - 15 febbraio 2023

Realizzato nel 1981, in pieno clima di recessione economica e crescente tensione serpeggiante in UK sotto il governo della Lady di ferro Margareth Thatcher, il manifesto, uscito con la ristampa dell'album dei Crass The Feeding Of The 5000, è quasi profetico, anticipando la guerra delle Falkland che sarebbe scoppiata l'anno seguente. 

Your Country Needs You  riprende il noto manifesto propagandistico britannico di reclutamento per la Prima Guerra Mondiale ma qui Vaucher trasforma l'autoritario dito puntato verso il potenziale volontario in una mano carbonizzata appesa al filo spinato. Un memento mori che svela la violenza e l'orrore della guerra celate sotto al messaggio patriottico. 

Convinta della potenzialità delle immagini come strumento di denuncia e di presa di posizione politica e sociale, Vaucher ha sempre prediletto scelte iconografiche incisive e radicali trattate con attitudine  dissacrante  per dichiarare la sua  visione femminista, antimilitarista e antimperialista. La sua critica all'esistente si esprime visivamente con uno stile grafico sperimentale e immagini crude realizzate però con una tecnica raffinatissima: i suoi lavori iperrealisti, che a prima vista possono sembrare collage fotografici, sono in realtà dipinti a mano con chine, matite e pennelli e con un'attenzione miniaturistica ai dettagli. 
Rossella Moratto

Gee Vaucher, Your Country Needs You, stampa su carta, 90 x 150 cm, 1981-2023

Gee Vaucher (Dagenham, Londra, 1945) è un'artista visiva e una  filmaker. Si è formata alla South-East Essex Technical College and School of Art. Qui ha incontrato Penny Rimbaud con cui ha fondato la casa editrice Exitstencil Press, tutt'ora attiva, che ha prodotto di numerosi progetti creativi legati al gruppo d'avanguardia Exit,  appartenente al  movimento Fluxus degli anni Sessanta, fino al punk, alle sperimentazioni jazz dell'Academie de Vanities e all'organizzazione di mostre multimediali, eventi e concerti. 
Nel 1977 ha fondato insieme a Rimbaud i Crass, tra le più note


band anarco-punk, attiva fino al 1984, per la quale Vaucher  ha disegnato poster e copertine che sono diventate riferimento per la comunicazione antagonista e l'estetica punk. 
Nei tardi  anni settanta ha fondato con Rimbaud nell'Essex (UK) The Dial House, una comunità anarchica e pacifista, centro per la creatività radicale.

Tra le sue pubblicazioni Crass Art and Other Pre Post-Modernist Monsters (1999) e Animal Rites: a pictorial study of relationships (2003). Ha realizzato il film Gower Boy (2006).

FRANCESCO FOSSATI 

Hortus siccus Hortus vivus

27 novembre 2022 - 15 gennaio 2023

Osservare la natura, collezionarne frammenti, ordinarli, classificarli, nominarli e raffigurarli: fin dall’antichità l’uomo ha sentito la necessità di conoscere la natura e l’erbario (Hortus siccus) è stato il primo strumento per ordinare e dare forma all’ambiente vegetale al fine di stabilire un sistema razionale, comprensibile e riconoscibile, riflesso della nostra forma mentis
Anche Francesco Fossati raccoglie radici, foglie, rami, frutti, preferibilmente di specie autoctone e spontanee, percorrendo boschi e terreni incolti con l’attitudine paziente discreta e rispettosa degli studiosi botanici.  Così reperisce la materia prima con cui costruisce il suo erbario personale, un Hortus siccus dunque ma anche hortus vivus, un microcosmo vegetale in divenire, come in Substrati (2022) la scultura “vivente” qui esposta realizzata con “panetti” per la coltivazione di funghi: corpi vegetali atipici che nonostante l’interruzione del processo per disidratazione continuano lentamente la loro crescita resistente.

Un erbario vivo, mutevole che va nella direzione di una creatività che nasce dalla relazione empatica con l’ambiente in una prospettiva che fa propria la lezione di Joseph Beuys: l’arte come strumento liberatorio e di crescita in grado di «dare all’uomo una nuova posizione antropologica […] collegarlo verso il basso con gli animali, le piante, la natura così come verso l’alto con gli angeli o gli spiriti». Fossati testimonia questo legame, consapevole che lo sguardo dell’arte, nella sua dimensione sospesa, lascia intuire sensibilmente la vita che sta intorno a noi.
Rossella Moratto

 

Hortus siccus Hortus vivus è parte dell’omonima personale di Francesco Fossati a cura di Rossella Moratto, Surplace, Varese, novembre 2022 - gennaio 2023.

Francesco Fossati, Substrato Cardoncello [02], substrato disidratato, micelio, funghi, 60 x 65 x 35 cm, 2022

Francesco Fossati (1985) è artista visivo e forager di piante selvatiche. La sua ricerca ha come focus il rispetto della natura e la sostenibilità ambientale, realizza opere con il minore impatto possibile, ha creato eco-giardini, prodotto pigmenti e colori a olio con sostanze naturali e utilizzato pratiche di coinvolgimento sociale e manovalanze locali per la realizzazione di opere di arte pubblica, tra le quali ha dato vita a un’artoteca ecostenibile presso il Porto Museo di Tricase (LE).
Ha partecipato alla mostra Solstice curata dall’artista  



americana Judy Chicago alla Turner Carrol Gallery di Santa Fe (NM)  all’interno del più ampio progetto Create Art for Earth lanciato da Hans Ulrich Obrist assieme a Judy Chicago e Jane Fonda. Ha sostenuto la transizione dell’Institute of Contemporary Art di Los Angeles per diventare il primo museo interamente alimentato da energia solare e nel 2020 ha iniziato una sperimentazione condivisa di colori a olio naturali di sua produzione.
www.francescofossati.com
www.instagram.com/s_francesco_fossati/

MARGHERITA MEZZETTI

So soft and uncompounded is this Heart of Stone 

21 ottobre - 20 novembre 2022

Cosa raffigura un ritratto? L’effige di una persona, così come l’artista l’ha pensata e realizzata in un dato momento, una visione parziale, un aspetto della nostra personalità. Margherita Mezzetti indaga la complessa costruzione dell’identità in ritratti composti da più lavori che raffigurano dettagli del soggetto – parti del corpo reali o immaginarie, abbigliamento – utilizzando diversi media (pittura, scultura, fotografia).
Evoca una storia per immagini che emergono come memorie dall’inconscio, frammenti che si ricompongono in un racconto fantastico allusivo e indefinito “intorno” al soggetto che ognuno può ricostruire a suo modo, consci che siamo “uno, nessuno e centomila”, perennemente riflessi nello sguardo dell’altro.
Il ritratto travalica così la dimensione personale fortemente presente – i modelli sono parte della cerchia dell’artista, amici o semplici conoscenti – per diventare generazionale. So soft and uncompounded is this Heart of Stone (2022) è parte di una galleria di fisionomie e di storie, come quella di questa ragazza di cui nulla sappiamo per certo: angelo o demone, sempre sfuggente, che testimonia il suo essere molteplice. Un’identità non più univoca che ha superato il tradizionale concetto umanistico di personalità per una soggettività complessa, contingente e fluida, sempre più disincarnata.
Rossella Moratto

Margherita Mezzetti, So soft and uncompounded is this Heart of Stone, olio su tela, 140 x 115 cm, 2022

Margherita Mezzetti è nata a Siena nel 1990, vive e lavora tra Venezia e Milano. Si è laureata in pittura e arti visive all’Accademia di Belle Arti di Venezia. È cofondatrice e membro attivo dell’artists-run space BARdaDino di Venezia. Recentemente è stata tra gli artisti residenti a VIAFARINI, Milano.
Ha esposto presso: AplusA Gallery (Venezia), Manuel Zoia Gallery (Milano), Galerie



 Italienne (Parigi), Tommaso Calabro Gallery (Milano), Superstudiolo (Bergamo), Marina Bastianello Gallery (Mestre, Venezia), Vulcano Agency (Marghera, Venezia), Candy Snake Gallery, (Milano).
www.margheritamezzetti.com
www.instagram.com/margherita_mezzetti/

DIEGO RANDAZZO 

Pluto on me 

15 settembre - 19 ottobre 2022


Pluto è il Pluto dei fumetti e dei cartoni animati, il fedele e adorabile cane di Topolino, caso forse unico di antropomorfizzazione mancata entro l’amato universo disneyano. La preposizione “on”, descrive una dinamica di metamorfosi, di fusione asimmetrica di due soggetti: Pluto, appunto, e lo stesso Randazzo, il cui volto autoritratto è fuso, nel film di animazione, con l’inconfondibile corpo del cane. La metamorfosi parziale, in questo racconto, nonostante l’apparentemente familiarità, ha del perturbante, proprio perché crea un ibrido tra due immagini diversamente familiari, collocate a due diversi gradi di intimità, creando un essere nuovo, fatto di un'unica sostanza: un mostro, per usare il termine nel suo senso proprio. Un mostro che si presenta con le movenze e le espressioni facciali di Pluto, ma con le fattezze dell’artista, e proprio questa fusione di identità, con la sua rivelazione, è il motore della vicenda. Il mondo delle immagini è un mondo di mostri, fatto di una logica che gli è propria, entro la quale qualsiasi restrizione normativa e logica non è che un accordo tra icona e fruitore. 

Kevin McManus

 

Pluto on me è parte dell’omonima personale di Diego Randazzo a cura di Kevin McManus e Mariacristina Maccarinelli nell’ambito della rassegna “Scintille d’arte” VI^ edizione, Fondazione Leonesia, Pugnago sul Garda settembre- ottobre 2022. 

Diego Randazzo, Pluto on me, film di animazione, rotoscope a ecoline su carta, 2’, colore, 16:9, Hd, 2022

Diego Randazzo (Milano, 1984) vive e lavora tra Milano e Belluno. Laureato in Scienze dei Beni Culturali con una tesi in ‘Istituzioni di regia’ presso l’Università degli Studi di Milano. Da sempre animato da un interesse per il racconto e la narrazione, ha nella luce e nel movimento i suoi codici di riferimento. La sua ricerca è un viaggio sinestetico tra tecniche e modalità espressive differenti per tipologia e contesto. Inganno, percezione e rimediazione sono i concetti chiave attorno a cui ruota la sua poetica. 



Dal 2005 ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. È tra i vincitori del Premio Ora nel 2019. Sua l’installazione #Kids (2019), tributo alla tragedia dei Piccoli Martiri di Gorla che illumina la facciata di Casa della Memoria di Milano. Recentemente si è aggiudicato il Premio Speciale #arteamcuponair di Arteam e Fondazione Dino Zoli ed è finalista ad Arte Laguna Prize 2021 nella sezione arte fotografica.
www.diegorandazzo.com
www.instagram.com/diego__randazzo/

LORENZO GUZZINI

MAYA

16 luglio -  15 settembre 2022


L'opera è un layer che nasconde la realtà retrostante della vetrina, formato da un impasto di materiali appartenenti alla Natura: terra, ruggine, carbone, muschio. Con la sua identità si trasforma la realtà e quello che con sorpresa potrebbe essere celato dietro di essa. L'inatteso, il sospeso, il non lineare, la Contemporaneità del quotidiano in cui tutto potrebbe essere chiaro e che invece spesso così non è." (Lorenzo Guzzini)

La trama materica con cui Lorenzo Guzzini ricopre la vetrina trasforma lo spazio abitualmente vuoto, disponibile e neutro del display in una presenza autoreferenziale, indifferente e muta, quasi ingombrante, che si impone rivelando solo se stessa. Una configurazione inafferrabile ed enigmatica che ci interroga sulle nostre abitudini e aspettative legate ai luoghi che quotidianamente attraversiamo. Nello stesso tempo Guzzini sposta l’attenzione sull’entità fisica della materia informe al suo grado zero – materia prima, appunto –, campo di forze dove avvengono spontanee concentrazioni e rarefazioni interne e incontrollabili trasmutazioni. Uno spazio caotico, senza un centro, luogo di accadimenti e possibilità in espansione potenzialmente infinita, riflesso microcosmico dell’universo.
Rossella Moratto

Lorenzo Guzzini, Maya, vaselina, ruggine, carbone, pigmento su vetro, dimensioni ambientali, 2022

Lorenzo Guzzini è nato a Recanati nel 1983. Laureato in Architettura all' AAM in Svizzera, ha vissuto e lavorato in Inghilterra, Irlanda e Portogallo, attualmente con studio-atelier a Milano.
La sua attività professionale combina arte e architettura, in una ricerca sui volumi e sulla luce, sulla materia e sulle geometrie elementari che trovano il loro significato negli elementi e nelle idee che li formano. Nessun ambito prescinde dall'altro, nella ricerca costante della sorpresa nella semplicità.

Vincitore del premio "Giovane artista 2016" al Museo M.A.X., vincitore della selezione per la Biennale under 35 JCE Jeune Creation Europeenne, 2017-2019, Parigi Montrouge, Direttore artistico del Festival Internazionale di luce "8208 Lighting design Festival di Como, selezionato per la residenza artistica in Amarante al "Museo Amadeo Souza Cardoso, Portogallo.
www.lorenzoguzziniarchitecture.com
www.instagram.com/lorenzo_guzzini/

PAOLA VERDE

INTERZONE

15 giugno - 15 luglio 2022


Da tempi immemorabili, il camminare non è solo spostamento, attraversamento, ma è anche la prima forma di mappatura dei luoghi e di costruzione del paesaggio. Camminando si prende possesso del mondo, lo si abita e lo si racconta. Così Paola Verde, nata nello stesso anno del punk, ha attraversato con quell’attitudine le periferie urbane, gli spazi marginali dove la città conserva ancora le cicatrici lasciate dal tempo. Aree dismesse, inutilizzate, spesso sottratte alle logiche del sistema e trasformate creativamente, resti ma anche terrain vague che si aprono a nuove possibilità

Per SUBPLACE l’artista presenta INTERZONE un collage realizzato con fotografie risalenti a vent’anni fa scattate nell’ampia area tra i quartieri Bovisa e Villapizzone, allora un panorama fatto di edifici industriali in disuso, gasometri, case abbandonate trasformate in centri sociali, ciminiere, insegne, ingranaggi meccanici, scritte sui muri, graffiti. Tracce di una città che non c’è più, cancellate dall’ennesima omologante riqualificazione urbana. 

La fotografia di Paola Verde è solo apparentemente documentaria: il suo sguardo è partecipe, accarezza i luoghi, ne esalta i volumi e le linee ma si sofferma anche sui dettagli, sugli interstizi nascosti, restituisce l’emozione e la solitudine dei luoghi. È una fotografia di memoria, qui restituita per frammenti, rimontati e riorganizzati così come succede con i ricordi: una periferia invisibile, immaginaria ma già reale, che aleggia sopra quella attuale,  ricordo (per alcuni) e visione distopica al tempo stesso. 
Rossella Moratto


 

Alla fine degli anni 90 andavo in Bovisa perché lì avevano cominciato a trasferire alcune lezioni di Architettura, specialmente i laboratori di progettazione e disegno, che poi sarebbero diventati il grande polo nuovo universitario. Mi ricordo che arrivare fino a laggiù la mattina presto era davvero un´impresa, non c era ancora il passante e si arrivava dopo un interminabile viaggio con
l´autobus che ti lasciava davanti alla vecchia stazione delle Ferrovie Nord. Ad accogliermi ogni mattina c’era la sagoma fantasma dell´ex saponificio Sirio, con le finestre vuote e i solai crollati, il tetto era il cielo e il pavimento era la terra sottostante. A volte nelle pause delle lezioni si facevano piccole esplorazioni lì attorno e si finiva sempre a mangiare cose buonissime in qualche bottega alimentare con le tende a corda marrone sull´entrata. I corsi si tenevano nei capannoni della ex Ceretti Tanfani, alcuni avevano ancora le travi in rovina e le vetrate annerite e quando la sera finivano le lezioni si aspettava a lungo nella nebbia l´autobus in una piazza deserta, passando davanti al murales per Luca Rossi. Alcune notti si tornava fino a laggiù alla ricerca di rave parties illegali in qualche capannone abbandonato dietro alla stazione. Il Malamanera invece fu occupato nel 2003 e con la sua presenza e le sue attività aveva dato un po’ di vita sociale e sicurezza a quelle strade pericolose di periferia.
 

Paola Verde 

Paola Verde, INTERZONE, collage fotografico stampato su carta, 190 x 110 cm, 2022

Paola Verde (Milano, 1978) si è laureata in architettura al Politecnico di Milano con Beppe Finessi e ha frequentato l’Istituto Italiano di Fotografia con Roberto Mutti. La sua ricerca si focalizza sul concetto di periferia e di confine, testimoniando gli inesorabili cambiamenti delle città metropolitane – Milano e Berlino in particolare - conseguenti ai processi di gentrificazione. Parallelamente svolge un’intensa attività artistica e culturale: a Milano ha ideato e organizzato gli happening underground Where is 101  e Where is 107 (2005) e a Berlino – dove vive e lavora dal 2009 – ha fondato XLAB Corrosive Art Farm curando centinaia di eventi tra cui la mostra itinerante The Corrosive Container (Berlino, Milano, Parigi e Barcellona). 

Nel 2013 ha fondato Kunst Kabinet 451  una galleria e libreria indipendente dedicata al DIY e da allora ha continuato a stampare libri e fanzine serigrafate in tiratura limitata, sotto il nome di 451 press. Le sue foto sono pubblicate su libri, riviste, fanzine e cataloghi. Ha realizzato copertine di libri e dischi e ha partecipato per tre edizioni di STROKE Urban Art Fair a Berlino, e ha esposto in numerose gallerie e spazi alternativi italiani ed europei.
www.paolaverde.it
www.instagram.com/451diy/

CLARA SCOLA

minuti di scomodità n.1

15 maggio - 14 giugno  2022


SUBPLACE inaugura lo spazio-vetrina nel mezzanino della Stazione del Passante Ferroviario di Villapizzone con la videoperformace di Clara Scola minuti di scomodità n.1.

La stazione di Villapizzone è uno snodo importante del trasporto suburbano e regionale, utilizzata da migliaia di pendolari che gravitano giornalmente su Milano per ragioni di studio o lavoro. Il pendolarismo è fenomeno sociale che influisce pesantemente sulla vita delle persone, costringendole a ritmi e dinamiche che spesso provocano stress e stati di nervosismo elevati. È una condizione che impone adattamento, capacità di sopportazione, determina ritmi di vita, espone all’imprevisto, ma è anche spazio di socialità.

minuti di scomodità n.1 di Clara Scola, vede protagonisti quattro performer che mettono in scena una danza muta in un vagone del passante ferroviario diretto a Varese. Il loro unico scopo è quello di ricercare incessantemente una situazione di comodità, tanto utopica quanto impossibile da ottenere. Per tutta la durata del viaggio incastrano i loro corpi nello spazio ristretto dei sedili, sperimentando posizioni di costrizione fisica ai limiti del contorsionismo. Ogni spostamento viene ritmato esclusivamente dai rumori del treno in movimento, palcoscenico ideale della paradossale parodia atletica del viaggio suburbano quotidiano, tra incubo ad occhi aperti, virtuosismo fisico e body art.
Rossella Moratto

Clara Scola, minuti di scomodità n. 1, videoperformance, 33'42", colore, 2019

Clara Scola (Lecco, 1994), è curatrice indipendente e artista visiva attiva sul territorio nazionale. È coordinatrice di Giacomo, spazio espositivo e didattico dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo ed è stata art director di AnonimaKunsthalle, spazio no profit situato a Varese. Nel 2017 si laurea in Nuove Tecnologie per l’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo.


Successivamente segue il biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Brera, conseguendo la laurea nel 2021. Dal 2020 è co-fondatrice di AWI - Art Workers Italia, associazione che si occupa di tutelare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte contemporanea.
www.instagram.com/scolalaclara/